maggio 2010


Chi ha detto che a Delhi non si puo’ fare sport all’aperto?

Ok ve lo concedo (!), non e’ il posto piu’ adatto, ma come si dice oltremanica, “where there’s a will there’s a way”. Ieri abbiamo quindi organizzato il nostro very special, unico ed ineguagliabile, triathlon a Delhi. Non e’ la prima volta che un gruppetto di entusiasti sportivi a Delhi si cimentano in questo esercizio, ma questa volta raggiungevamo quasi il record storico (di 13 persone), data la presenza di 10 persone (atleti!)  rappresentanti 5 nazionalita’…..quasi quasi lo chiamo il nostro very special INTERNATIONAL triathlon! In ordine sparso, 4 indiani, 1 inglese, 1 irlandese, 3 italiani ed 1 giapponese.

45 km di bici, 10 km di corsa e 1.6 km di nuoto le distanze. Partenza alle 6 di mattina, che dopo poi se more de caldo. Transition area davanti alla gettonata dhaba (“street restaurant”) sulla Suradj Kundj Road. Bici sulla Faridabad – Gurgaon road, generalmente  ok per il livello strade indiane sia come fondo che come traffico. Corsa e nuoto nella Bhatti Mine area, una area qui definita “jungly “. Non c’e’ nessuno a parte tanti pavoni, qualche antilope (blue bull), delle scimmie e qualche pastore con le sue pecorelle. Era usata per estrarre silicio ma ora le cave sono chiuse, ed anzi riempitesi di acqua piovana, hanno formato 7 laghetti, piu’ o meno lunghi 400/500 metri ciascuno. Non ci sono scarichi, non c’e’ abitatato intorno (indi la gente non ci va a cagare dentro), e’ abbastanza ripido l’accesso, quindi non molti animali vanno a fare i loro bisognini, e soprattutto non e’ ancora stato scorperto dai Delhiites quindi tranquillo, pulito, senza fumi, clacson o baracchini che ti vendono qualcosa.

Il triathlon e’ molto all’amicizia. Ognuno fa quanto vuole, al passo che vuole, ci si aspetta alle transition, ci si fa una chiacchera e soprattutto si finisce alla nostra dhaba per delle squisite aloo parantha e uova.

Molti turisti e parecchi expat meno avventurosi, hanno spesso un’impressione di Delhi come un gran casino di macchine, tuk tuk, persone, costruzioni illegali, aria inquinata, caldo oppressivo, etc. Non  posso biasimarli. E’ vero Delhi e’ tutto cio’, ma anche di piu’ per chi ha voglia di scoprire angoli ancora poco conosciuti ed utilizzati dalle masse. Delhi per essere una metropoli di quasi 17 milioni di abitanti (il nuovo censo in corso ci dara’ numeri piu’ precisi), ha molte macchie di verde: il ridge, sia a nord che a sud di quella che viene definita Old Delhi; l’area di Sanjay Van, a sud, vicino alla famosa torre del Qutab Minar; la Asola Wildlife Reserve (che poi diventa Bhatti Mine Area) appena a sud di Tughlaqabad fort;  i vari parchi e parchetti, principalmente a sud di delhi.

Allora perche’ fare sport e’ difficile a Delhi. Beh, il clima non e’ dei migliori. Da Marzo ad Ottobre, dopo le 8 di mattina fa molto molto caldo. Per gli amanti della bici, il traffico e’ intenso e’ noncurante dei ciclisti, anzi noncuranti di niente che sia piu’ piccolo di dimensione! Alcuni spazi verdi sono molto ben tenuti (e molto utilizzati da Delhiites per il loro power walking ogni mattina), ma altri sono sporchi e meta di coppiette amoreggianti. L’aria non e’ delle piu’ salubri (!) e soprattutto nei mesi invernali, con poca pioggia ed il freddo che fa da cappa, si sente molto.

Pero’, come detto where there’s a will there’s a way. Sono 3 anni che vivo a Delhi, e regolarmente, almeno 3 volte alla settimana (se non dippiu’ quando preparo gare), vado per la mia corsetta la mattina con il mio amico Mo e Percy  (spesso accompagnato da uno dei miei pargoli su passeggino a 3 ruote). Ogni domenica con un gruppetto che varia da 2 (!) a 10 facciamo dai 50 ai 90 km di bici. Ci sono altri amici americani, che vanno ogni sabato off road con le mountain bikes appena dietro un quartier molto residenziale di Delhi, Vasant Vihar (una specie di posillipo di delhi…senza vista sul mare alas!). Guardate che roba qui. Andiamo ogni tanto nei laghetti delle Bhatti Mines a nuotare. Il mio amico Mo, esperto arrampicatore, ha scritto un libro su posti dove arrampicare pareti naturali qui a Delhi (che ho scoperto usato da almeno un paio di amici Inglesi). L’Indian Mountaneering Foundation ha appena finto l’upgrade del loro climbing wall….una bestia di 15 metri con degli overhang da paura! Ogni domenica mattina nel controviale di Shanti Path (area costellata di ambasciate) c’e’ una squadra di pattinaggio su rotella che si allena con ragazzini dai 7 ai 15 anni. A Nehru Park ci sono decine di ragazzini che fanno taekwondo il sabato e la domenica dalle 7 di mattina.

Ora, io non voglio dire che Delhi sia ne’ il miglior posto , ne’ il piu’ facile dove fare sport. Al contrario. Pero’ c’e’ un crescente interesse nell’attivita’ sportiva da parte dei Delhiites, non solo finalizzata alla competizione ma anche al diletto. Ci sono delle persone che attivamente stanno cercando di mostrare il loro interesse (ad esempio il critical mass ride a Delhi). La realta’ e’ pero’ che siamo anni luci di distanza da quello che avviene in paesi piu’ sviluppati, ma e’ un inizio, lento, faticoso, sudato….ma pur sempre un inizio, che cozza contro dei retaggi culturali, delle abitudini, una mancanza di infrastrutture  in India che ne rallentano notevolmente il percorso.

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Gli ultimi due giorni del Giro sono stati d’assestamento. 2 tappe, una da 173 km con la salita piu impegnativa il passo delle Palade (pendenze fino al 16%) ad una 70ina di Km dall’arrivo a Pejo Terme, ed una tappa piatta piatta di 155 km con arrivo a Brescia. Tutto e’ andato da copione.

Nella 17ima tappa a Pejo, un gruppo di una ventina di corridori e’ andato in fuga dopo 50 km, ed hanno lavorato bene insieme fino alla fine per giocarsi la vittoria di tappa. Il gruppo questa volta ha visto bene chi era in fuga per eviatare un L’Aquila bis, ed ha lasciato fare quel tanto che bastava. Il francese Monier si e’ preso la prima vittoria da Pro con un bell’allungo ad 1 km dalla fine, dopo essersi infilato in una serie di allunghi nei precedenti 30 km. Generale come prima li su in cima. Si sono presi il primo riposino dopo le batoste dei 3 giorni precedenti.

Nella 18ima tappa a Brescia, ancora i grandi risparmiano le gambe (giustamente) e fanno giocare l’ultimo sprint a disposizione ai pochi sprinter ancora in gara. Il gruppo, lascia andare Kaiser e Marangoni per 130 km, poi se li risucchia a 2 km dalla fine. La HTC-Columbia, e prima Sky, tirano il gruppo impostano la volata, Greipel, fino ad ora a secco di vittorie ed un po sottotono, brucia tutti con una forte spinta negli ultimi 200 metri.

Bon ora si entra nel clue del Giro del 2010. Oggi tappa tosta di 195 km con passi da rompere le gambe (valico di Santa Cristina e Mortirolo) ed una discesa tecnica da Trivigno. Domani 178 km con Forcola di Livigno, passo di Foscagno, passo di Gavia ed arrivo in salita al Tonale……e vai!

Ora la domanda viene spontanea: quanto hanno nelle gambe i corridori a questo punto del Giro. Stanno correndo da 18 giorni, quanto hanno ancora nei serbatoi? Piu’ importante ancora e’ la domanda, che mi pongo sempre, che si pigliano questi per correre cosi?!?!

Fino ad ora, dopo il caso Pellizzotti prima della partenza del Giro, non c’e’ stata nessuna apparente infrazione di doping. Pero’ da oltre oceano, dal Tour di California, sono arrivate pesantissime accuse da parte di Floyd Landis ad un po tutti i pro del momento. Landis, forse lo ricordate, aveva vinto il tour del 2006 sorprendendo tutti….. a parte l’UCI (Unione Ciclisti Internazionale) che lo ha beccato positivo all’EPO e squalificato. Landis ha a lungo sostenuto la sua innocenza, ha scritto un libro per supportare la sua tesi, e poi la settimana scorsa, dopo 4 anni, ha fatto un mea culpa che tira dentro il pluri iridato Amstrong, Leiphemier (oro olimpico), Zabriskie ed altri. Ha raccontato di frigoriferi nasosti dietro a quadri, di team bus che fingono di essere in panne per consentire trasfusioni lontano da occhi indiscreti, di ufficiali UCI corrotti per coprire test positivi. Insomma ha sbragato. Ovviamente tutti i diretti interessati gli hanno dato del pazzo, deluso e fallito.

Ora la verita’ non si sa, e non si sapra’ mai probabilmente, pero’ le prestazioni, e soprattutto il miglioramento nelle prestazioni, degli ultimi 10 anni, tendono a fare pensare che qua tutti ricorrono ad aiuti piu’ o meno leciti. L’uso di stimolanti nel ciclismo ha una lunga storia. Durante i primi Tour de France, 100 anni fa’, i dilettanti che si cimentavano in questa corsa all’epoca ancora piu’ folle (4 o 5 giorni di bici in giro per la Francia, senza supporto od aiuto alcuno), si impasticcavano di anfetamine. Erano modi molto low tech per migliorare le prestazioni, o rimanere svegli durante la gara e spingere il proprio corpo oltre la barriera del dolore. Qualcuno ci ha rimesso la pelle negli anni, ma la cosa continuava…. era l’unico modo, pare, per resistere alle intemperie ed alle asperita’ della gara.

Col tempo i metodi sono cambiati, e stimolanti ed aiuti esterni (!) sono piano piano diventati quasi di base nel ciclismo. Devo dire che, il ciclismo non e’ il solo sport ad essere vittima delle sostanze metabolizzanti, ma e’ sicuramente uno di quelli dove si e’ usato di piu’, e da piu’ praticanti. Alcuni corridori, anche in questo caso ci hanno rimesso la pelle, ma pare che ad un certo punto se non eri dopato, non vincevi niente. E nel ciclismo, dove i soldi non sono poi cosi tanti (od almeno non come altri sport), vincere e’ importante. Oltre ai premi gara, ti consente di negoziare con gli sponsor ingaggi maggiori.

Recentemente ho letto un libro sul “pirata” Pantani, scritto da un autore Inglese Matt Rendell, molto ricercato e con buoni “insights” su quello che succede dietro le quinte. Dire che e’ uno schifo e’ poco.

Per dirla semplicemente, il dopaggio arricchisce il sangue di cellule rosse che favoriscono il trasferiemtno di ossigeno ai muscoli, ma lo indensiscono anche nel processo. Il sangue diventa talmente denso, che i corridori erano (sono) costretti a svegliarsi nel mezzo della notte e fare esercizio (bici su rulli di solito) per fare in modo che il sangue continui a circolare nel corpo e non stronchi il cuore affaticato dallo spingere una melassa di cellule rosse densa come un budino.

Personalmente non giustifico il dopaggio, non provo pena per chi viene colto e radiato, detesto che lo sport sia un’arena nella quale il piu’ furbo e non il piu’ bravo vinca.

La realta’ pero’ e’ diversa. Le pressioni sui corridori da parte di parenti (su ciclisti giovani), direttori sportivi (su amatori e professioinisti), di sponsor sono molto forti. La voglia (o necessita’ per alcuni individui) di far bene e primeggiare e’ tanta, e talvolta giustifica i mezzi (a loro avviso). A mio no. Qualcuno, forse provocatoriamente, ha sostenuto in passato che fosse molto meglio rendere il doping legale, risparmiare soldi e traumi con controlli lampo (spesso inefficaci lo stesso), e lasciare che i corridori e team gestiscano il doping come un altro strumento (oltre bici, allenamenti, tattiche, etc.) per vincere.

Per me cio’ e’ inammissibile. Lo sport, e non per fare il de Coubertiano, e’ una sfida di corpo e mente della quale la vittoria e’ solo un cornomanento. Lo so che per alcuni atleti, lo sport e’ tutto. E’ l’unica chance per emrgere, o per cambiare il proprio destino. Ma l’uso di sostanze dopanti e’ contraria all’idea stessa di sport. Lo sport, come lo intendo io almeno, prevede una sfida fisica ed una forza mentale per superare gli avversari. La natura ci ha dotato diversamente in tutti e due i reparti, l’educazione ci ha aiutato a sopperire ad alcune carenze, la dedizione e l’allenamento ad altre. Se con queste caratteristiche si arriva a vincere bene altrimenti ciccia!

Ma probabilmente questo e’ un modo troppo semplicistico di vedere una situazione piu’ complicata e complessa di come la descrivo io!

Dopo 2 anni e quasi 27,000 km di percorrenza sulla mia fidata Royal Enfield Bullet per le strade di Delhi, mi era venuta la smania di farle un lifting. Non ha niente che non vada cosi com’e’, ma mi allettava l’idea di cambiare l’assetto (estetico piu’ che altro) da moto “cruiser” normale a cafe racer come sotto.

La mia Bullet ora....

...e come volevo diventasse!

Ora, per chi di moto ne sa ancora meno di me, cosa diavolo e’ una cafe racer? Non sara’ mica una tazzina di caffe su ruote?! No, tranquilli. The cafe racer movement, e’ incominciato un po per caso, nel dopoguerra delgi anni ’50 in Inghilterra. I ragazzuoli inglesi, stanchi delle noiose moto normali, volevano un cavallo di ferro con il quale sfrecciare a velocita’ assurde per l’epoca, e raggiungere una ”ton” (ossia 100 miglia all ora) di media. Sfrecciavano da un cafe ad un altro nei dintorni di Londra al suono dei brani rock and roll sui jukebox. Da questo nasce il movimento cafe racer, che ha ispirato moto bellissime della Norton, Triumph e poi le italiane Augusta, Ducati, ed infine le giapponesi che vediamo ora in giro. Un bel blog al riguardo qui.

La Royal Enfield, per completare l’equazione che sottende la mia moto (!), e’ una marca ora totalmente Indiana (di proprieta’ del gruppo Eicher) ma che ha origini nella Royal Enfield di Redditch (UK), i quali marchi avevano come motto “made like a gun, goes like a bullett”. La Enfield, nata alla fine del 1800, costruiva infatti bici, tagliaerba ed anche componenti per fucili principalmente per conto dell’esercito di Sua Maesta’. Agli inizi del ‘900 si lancio nel settore motociclistico con fortune altalenanti. Dal ’49 comincio a vendere moto in India e nel ’55 fu commissionata un grosso ordine dall’esercito Indiano, che pero’ richiese la produzione in loco (a Chennai). Nel tempo le fortune della Royal Enfield UK andarono a scontrarsi con le nuove realta’ giapponesi, perdendo. In India invece le bullet andavano forte (sostenute ritengo da forti barriere protezionistiche all’entrata), e la Royal Enfield India e’ tuttora ancora in piedi ed esporta in vari paesi nel mondo.

Ora la mia Bullet, l’ho comprata nel 2008, usata, 1 anno di vita e solo 1500 Km sul motore. L’ho truccata un po’ (esteticamente) con cromature, nuovo colore Oxford Blue, nuova marmitta e filtro aria. La uso ogni giorno per andare in ufficio e avevo deciso di renderla stile cafe racer per sfizio non tanto per andare piu’ veloce o atteggiarmi fuori al bar!!

La trasformazione richiede 4 componenti fondamentali: il manubrio, nuovo serbatoio, nuovo sellino, il comando freno e cambio (ossia le pedivelle e marchingegni relativi visto che i piedi vanno messi piu’ in dietro della posizione normale).

Ora il manubrio l’ho comprato in Inghilterra. Per il resto pensavo di poter fare qui. Serbatoio e sellino si fa facile e molto economico. Le pedivelle (che costano un botto in UK) e’ un lavoro piu’ complicato, ma il tipo da cui ho comprato la moto (Sunny) l’aveva gia’ fatto per un altro cliente…..perfetto siamo a cavallo. Tutta la trasformazione doveva costare sui 150/200 euro.

Pero’ siamo in India, e le cose funzionano a modo indiano! C’e’ una sindrome da “Yes, Sir!” in India che e’ innata ed inspiegabile, ma pur cosi vera. Se chiedi qualcosa nel subcontinente ti verra’ sempre detto che e’ possibile…anche quando e’ palese che se non impossibile’ quantomeno improbabile. E’ una sorta di huber “client first” approach. Non sia mai che il cliente si dispiaccia se gli dico che no, questa cosa non te la posso fare, oppure te la faccio ma ci vuole un mese.

Cosi il buon Sunny (che ora non e’ piu’ buono pero’!) mi dice yes, sir, non ci sono problemi. Cominciamo a fare il serbatoio che ci vuole piu’ tempo, poi il resto roba di ore. Sunny, ma tu mi pigli per rincretinito? Non sono meccanico ma un po di logica mi dice che i tempi che tu suggerisci sono irrealizabili. Ne parlo, ne riparlo ne riparlo ancora….. tutto ok Sir. La trasformazione si fa’. Bene, mi fai sapere quanto viene a costare? Beh piu’ o meno qui, piu’ o meno li. Vabbuo’, Sunny mandami un sms con il costo approssimativo, che poi intanto ci appariamo, che non e’ mica il primo lavoro che fai per me.

Passa una settimana, poi un’altra. Io chiamo, parlo per telefono, discuto. Sunny sto serbatoio quando e’ pronto cosi proviamo che vada bene con il manubrio. Sir, this Saturday. Sir, tomorrow. Vabbuo’ io vivo a Delhi da 3 anni e lo so come funziona qui. Sunny io vengo Domenica tu mi fai vedere il serbatoio…ok? Ok. Poi siccome uno ha anche altri cacchi da fare che fare il lifting alla moto, e menarsela con i meccanici, ho mollato la presa. E una volta che si molla la presa e’ finita! Sunny non si e’ fatto piu’ sentire, ai miei sms non risponde, non lo chiamo altrimenti sono altri Yes, sir! ma niente fatti. E la mia bullet rimane Oxford Blue, cruiser set up, e fedele mi porta al lavoro ogni giorno per 40 Km (ritorno) sotto i 45C + dell’estate di Dilli.

22 squadre, 198 corridori, 3452 km da percorrere, 6 arrivi in montagna, 21 giorni nella bagarre con 2 giorni di recupero. Eccovi il Giro d’Italia del 2010.

 Partito quest’anno dall’Olanda, e’stato caratterizzato fino ad ora da pioggia, freddo, tante cadute e una sorpresa ogni giorno. I commentatori non sanno piu’ che cosa prevedere da un giorno all’altro (e neanche i corridori) visto che se ne sono viste di tutti i colori.

 Dopo un inizio nervoso, tra le infinite rotatorie Olandesi da negoziare sotto la pioggia, il normale parapiglia tra i vari team (e nei vari team) per mostrare le proprie carte, tutto si e’ rivoltato come un omelette in padella, dopo la 11ima tappa con arrivo a L’Aquila. Nella pioggia e nevischio che veniva giu, un gruppo che diventera’ di 56 corridori prende il largo. I “big” (Basso, Evans, Vinoukorov in maglia rosa, Scarponi, Nibali, etc.) lasciano fare e nessuno si fa carico di mantenere il gap con i fuggitivi. Beh 56 corridori in fuga, si puo dire che e’ un peloton, ed infatti cambiano bene, tirano forte nelle condizioni meteo da paura ed arrivano ad avere fino ad un massimo vantaggio di 17 minuti sui “big”.  Alla fine della tappa, tutti i presunti favoriti per questo giro restano a piu’ di 10 minuti dalla nuova maglia rosa, un pischello autraliano che non crede a quel che sta vivendo: Richie Porte.

 Grandi recrminazioni ed accuse tra i team di Basso (Liquigas o Leaky!), Evans (BMC), Vinokurov (Astana) e Scarponi (Androni Giocattoli) su chi doveva andare a chiudere il gap? Il team della maglia rosa (Astana) che pero’ non e’ tra i piu’ forti e gia a corto di 3 membri, la BMC del secondo in classifica Evan (anche loro con team scarsetto e gia con 4 fuori) o Leaky con il dream team del Giro (forte di tutti e 9 i corridori nella squadra)? Non si sono accordati, ognuno ha fatto tattica contro i diretti avversari e Porte si e’ andato a prendere la maglia rosa con 10 minuti di vantaggio sui big, il caparbio Arroyo finisce a 1.42 dal nuovo leader della Generale, ed un redivivo Sastre, meritevole di essersi infilato nel gruppo in fuga, si porta a 7.09 dalla maglia rosda ed e’ pronto per giocarsela nell’ultima settimana.

 Un paio di tappe da velocisti, preparano corridori, DS, commentatori e noi spettatori ai fuochi d’artificio dell’ultima settimana. Sabato c’era il Grappa 1400 metri di scalata in 18km; Domenica lo Zoncolan 1200 metri di scalata in 10 km (con massime pendenze al 22%); Martedi la crono individuale di Plan de Corones 12.8Km con strappi al 24% e 5 km di sterrato; poi ci si appresta ad affrontare il Mortirolo (1300 metri in 12 km), la Forcola di Livigno (1900 metri in 35km) ed il Gavia (1500 metri in 25 km). Tutto cio’ dopo 18 giorni di corsa e 2 di riposo. Non male per le gambe dei ciclisti.

Leaky, dopo l’Aquila si e’ messa a fare sul serio. Nella tappa del Grappa e dello Zoncolan hanno comandato la gara forzando un pressing incredibile. Tutti i grregari tiravano come se stessero facendo una crono. Ritmo altissimo fino alla salita, e poi li Basso e Nibali a giocarsi le loro doti di scalatori contro gli altri big, a quel punto stremati dal ritmo elevato, dalle continue accellerazioni e dalla mancanza di aiuti da parte dei loro team. Gara riaperta con tutti i big che si riavvicinano al buon Arroyo (finito in rosa dopo il Gavia) ma ancora tutta da giocare.

 Ieri la crono del Plan de Corones e’ stata piu’ spettacolare che rivoluzionaria per la classsifica. 12 km dove si va su, e poi su, e poi su, e poi ancora piu’ su. Senza tregua, asfissiante, tosta, da bruciare le gambe. La televisione appiattisce la strada, ma per chi e’ mai stato su una strada al 24% di pendenza sa bene quanto sia ripida. Se volete farvi un idea guardatevi qualche foto su questo validissimo blog.

I corridori erano li con la lingua fuori dalla bocca ad arrampicarsi, pedalata dopo pedalata sulle rampe del plan de Corones. Molti montavano cambi da mountain bike con rapporti 34/28, ed alcuni (sono sicuro) avrebbero volentieri aggiunto qualche altra moltiplica! Garzelli (il vecchietto da quasi 37 anni) si era ben gestito sullo Zoncolan avendo abbandonato qualsiasi velleita’ per la maglia rosa, ed ha tagliato il traguardo in 41 minuti prendendosi una bella vittoria. Basso ha guadagnato un minutino su Arroyo (in rosa ancora) portandosi a 2.27 nella Generale. Evans ha guadaganto 30 secondi su Basso ed e’ a 3.09 dalla rosa.  Sastre e Nibali sono li vicino a 4.36 e 4.53 rispettivamente. Il pischello di down under (Richie Porte) e’ ancora li a 2.36 di ritardo dalla rosa, e se non scoppia potrebbe almeno centrare un podio o un piazzamento nei primi 5 che per una matricola al primo anno da professionista sarebbe incredibile.

 Oggi tappa non super impegnativa, ma che si presta a fughe, con il passo delle palade (pendenze fino al 16%) ad una 70ina di Km dall’arrivo a Pejo Terme,

 L’unica cosa prevedibile in questo giro e’ che e’ assolutamente imprevedibile!!