Per un mesetto, tra luglio ed agosto, Delhi e’ invasa da gente vestita in arancione (o piu’ correttamente “saffron”). Non sono rivoluzionari Ucraini in vacanza, ne tifosi Olandesi in cerca di karma positivo dopo la sconfitta ai mondiali di calcio. No, sono persone devote a il Dio Shiva che portano l’acqua del Gange alle loro dimore, ed una larga parte di queste persone fanno il pellegrinaggio a piedi (tra i 150 e 250 km a secondo della loro dimora).

Vestiti d’arancio, scalzi o con il ciabattino consumato, si portano in spalla per 200 km la “kanwar “, un bastone di legno con alle 2 estremita’ 2 anforette contenti l’acqua del Ganga. Le kanwar solitamente hanno la forma di un mini tempietto tutto decorato, e non possono toccare terra durante il pellegrinaggio. Volontari aiutano i pellegrini, preparando delle sorte di punti di riposo, con tanto di impalcatura in modo che la kanwar possa essere appoggiata senza toccare terra. La mattina presto, durante i miei giri in bici, lo spettacolo delle centinaia di kanwar allineate sulle impalcature e’ veramente di un certo effetto. Il pellegrinaggio non e’ infatti roba di pochi, si stima che circa 6 milioni di devoti lo facciano. Principalmente dagli Stati a nord dell’India: Haryana, Uttar Pradesh, Uttarkhand, Bihar e Delhi stessa.

 Quando ci siamo trasferiti qui a Delhi era il 28 Luglio, e la prima settimana, smanioso di vedere un po la citta’, con bici, macchina, correndo mi feci un po di giretti per capire dove avrei vissuto per i 4 anni successivi. Durante una corsetta sulla ridge road, vengo quasi travolto da una fiumana di kanwarias, che si erano appena rifocillati e riposati e stavano per riprendere il loro cammino. Ammazza, ma chi sono questi?!?! il mio primo pensiero. Poi torno a casa, e chiedo al nostro driver:

Frederick, sient a’ me. Ma questi tutti arancioni chi sono?

Time wasters, sir. Time wasters.

Ok Frederick saranno perditempo, ma chi sono, che fanno….dove vanno, li pagano I 2 fiorini?!

 Niente. Per Frederik i Kanwarias, sono e rimarranno sempre e solo time wasters. Altri amici indiani mi hanno successivamente spiegato chi sono e che fanno, e mi spiego anche perche’ il buon Frederick ha i cabasisi rivotati sotto sopra contro i Kanwarias. Abita a Meerut che e’ una citta esattamente a meta’ strada tra Delhi e Haridwar (sul Ganga), e quindi nei mesi di luglio ed agosto, le “sue” strade sono un casino bestiale. I kanwarias sono talmente tanti che alcune strade sono impraticabili, i treni sono ancora piu’ in ritardo del solito, i bus non riescono a circolare, le schifezze per strada si moltiplicano a dismisura (e non che Meerut e dintorni siano questo paradiso ecologico, tuttaltro), ci sono state piu’ di una volta tafferugli se un kanwaria finisce arrotato (possibilita’ totalmente remota in India 😉 ). Insomma, se a Milano hanno tirato i secchi d’acqua addosso ai partecipanti della Stramilano perche’ rompevano le palle ai “locals”, ora dico il povero Frederick cosa dovrebbe tirare ai Kanwarias?!

Due riflessioni mi sono venute in mente: (1) i perditempo per alcuni, sono gli ispirati e role models per altri; (2) in India praticare la propria devozione ad un Dio (o piu di uno) non e’ solo a parole.

Per evitare fraintendimenti, vi dico subito, che a me la storia dell’India come paese spirituale come viene spesso raccontata nell’occidente (o quantomeno come l’ho sentita io) non mi convince per niente, anzi direi che e’ una strunzata (excuse my French)! Pero’ e’ vero che ci sono molte persone, di vario livello sociale (ed economico), che vivono la loro fede in maniera piu’ intensa della persona media in occidente. Grossa generalizzazione, lo so, ma parlo in media proprio per questo.

Allora, la spiritualita’ in India, secondo il mio umile parere,  e’ piu’ legata al fatto che fino a poco fa ci fosse ben poco a cui aggrapparsi e le condizioni di vita erano veramente precarie. Quindi la fede in qualcosa di eterno e spirituale era l’unico appiglio per rimanere a galla e farsi coraggio. Il Dio denaro, mi sembra sia ora molto piu’ venerato che qualsiasi delgi altri Dei!

Pero’ e’ anche vero che molti indiani vanno a visitare luoghi di culto, si fermano per un namshkar davanti ai loro tempi e tempietti per un gesto di rispetto, fanno pellegrinaggi (talvolta strenuanti) molto piu’ di noi. Lavoro in un ufficio di un 150 persone, delle quali 5 non indiane. Almeno un paio di volte al mese, l’office boy (cosi si chiama il tuttofare/tuttopulire!) viene ad offrire la prasad (una sorta di rice crispies benedetto, spero di non offendere nessuno e’ solo per dare un’idea!) che qualcuno ha portato dal tempio qui o tempio li.

Quando la mia collega seduta affianco a me, 30 anni, urban planner, molto sveglia ed intelligente, va a Shirdi (un tempio di Shri Saibaba in Maharashtra) con marito, genitori, sorelle, le chiedo sempre perche’? Perche’ in quel viaggio, lei riesce a ritrovarsi con se stessa, a pensare a cose che esulano dalla quotidianita’, a rilassarsi e passare “quality time” con la sua famiglia piu’ stretta.

Leggevo sul giornale di un Kanwarias che faceva il pellegrinaggio perche’ gli era nato un figlio maschio dopo 2 femmine….grazie a Lord Shiva. Ok, razionalmente direi che e’ grazie alla lotteria genetica piu’ che Shiva e la sua lingam, pero’ diciamo che come atto di fede e riconoscenza ad un essere supremo lo capisco (allo stesso modo in cui i cattolici vanno a Lourdes, o i musulmani vanno a La Mecca).

Sull’essere perditempo dei Kanwarias, beh diciamo che hanno abbastanza tempo a disposizione per fare cose di questo genere! In effetti, ma la cosa non dovrebbe sorprendere piu’ di tanto, la maggioranza dei pellegrini sono di un ceto economico sociale basso (senza voler essere discriminante o classista), che ritengono giusto prendersi 1 settimana di “vacanza” per andare a prendere l’acqua del Ganga, anziche spaccarsi la schiena a spingere cycle rickshaw. Il fenomeno interessante e’ che secondo alcuni giornali  (che non sono sempre fonti di verita’!) il profilo sociale dei Kanwarias sta cambiando, e piu’ giovani della classe media fanno il pellegrinaggio, perche’ e’ una cosa “cool” da fare. Una sorta di sfida personale che probabilmente esume dalla devozione a Shiva. Un po come chi fa’ il cammino di Campostela in Spagna perche’ e’ una bella camminata, non perche’ devoti cattolici in cerca di redenzione.

La devozione in India permea la quotidianita’ a vari livelli. Spesso non e’ spiritualita’, almeno come la intendo io, ma una sorta di rituale abitudinario, che forse fa riflettere qualcuno e probabilmente da una fiammella si speranza ad altri. Ma e’ quasi onnipresente ed e’ un gran business qui!!!

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