La settimana scorsa il Corriere della Sera riportava della morte di Peter Lenz, un ragazzino tredicenne, durante una corsa di moto ad Indianapolis preambolo al Moto GP domenicale.  Il giornalista, a mio avviso in modo veramente semplicistico e superficiale, sosteneva che i genitori sono irresponsabili a fomentare certe passioni per sport pericolosi nei loro pargoli, e che cio’ ha portato all perdita di un ragazzino.

Come espresso in molti commenti all’articolo, io non sono del tutto d’accordo con quanto sostiene il giornalista. E’ vero che molti campioni, in svariati sport, sono nati sotto la spinta forte (e pressione) dei genitori. E’ anche vero che talvolta sono proprio i genitori a riversare sui propri figli la “frustrazione” sportiva dei successi mancati, spingendoli a limiti estremi. Tutto cio’ pero’ non significa che i genitori siano irresponsabili.

Molti commentatori dell’articolo facevano osservare come (ahime) tanti ragazzini di 13/14 anni muoiono sui loro scooter ogni anno in Italia. Peter almeno si cimentava in uno sport, si, pericoloso, ma con tanto di abbigliamento protettivo, in una pista fatta per correre, seguendo delle regole ben precise. La tragicita’ dell’evento non deve far perdere di vista il contesto generale.

Ultimamente piu’ di un teenager e’ uscito alla ribalta delle cronache per imprese temerarie. Jordan Romero (americano di 13 anni) e Arjun Vajpai (di Noida, periferia di Delhi, 16 anni) hanno scalato l’Everest a Maggio. I media hanno coperto molto l’impresa del biondo californiano, e non si sono cagati di striscio l’impresa del pur giovane Arjun ;-( che e’ salito lo stesso giorno in vetta! Michael Perham a 17 anni ha fatto il giro del mondo in solitaria in barca a vela, e Laura Dekker di 14 ci sta provando (per una seconda  volta dopo essere stata fermata una prima dal tribunale dei minori di Amsterdam). Ci sono molti altri esempi di giovani che tentano cose un po ai limiti……ma limiti di chi poi? Il senso comune ci dice quale e’ una soglia di rischio da non oltrepassare, ma il rischio e’ intrisecamente soggettivo. Per alcuni tuffarsi da uno scoglio di 5 metri e’ pura pazzia, per altri e’ adrenalina pura. Per alcuni scendere a 70 kmh su una bici da corsa e’ folle, per altri e’ una cosa normale. In parte la nostra soglia di rischio si sposta in base all’esperienza fatta. La prima volta che ti tuffi ti caghi sotto..almeno un po, poi la seconda vai tranquillo.

Perche’ non incoraggiare ed assecondare la passione di un figlio/a, anche se cio’ comporta rischi? Perche’ non lasciare spazio al proprio pargolo di decidere se passare ore davanti ad una tele o in una palestra? Io ritengo che la questione non sia una di irresponsabilita’ dei genitori, ma piuttosto di cultura sportiva e di educazione in generale. Se i genitori spiegano ai figli i pericoli che alcuni sport presentano, penso che sia l’indole del ragazzino stesso a determinare dove vanno e quanto si spingono.

 Io porto mio figlio di 4 anni a scuola in moto….a Delhi. Sono pazzo?No. Non mi interessa l’incolumita’ di mio figlio? Certo che mi interessa. Gli metto il casco; gli spiego i pericoli della strada bagnata; gli spiego come osservare il traffico intorno a noi; gli spiego l’importanza di sapere dosare l’accelleratore. Sono conscio che la strada che facciamo non e’ molto trafficata, e siamo a 2 km dalla scuola. Ha 4 anni, pero’ capisce bene cosa succede accanto a lui. Sono uno scriteriato? Forse. O forse sono uno che non vuole che suo figlio cresca in una campana di vetro iperprotettiva. Preferisco spiegargli i rischi di andare in moto, e se poi mi dice che non se la sente….non ce problema, troviamo un altra forma di trasporto piu’ sicura.

Il fatto che il povero Peter gareggiasse su una moto che faceva 160 kph, non credo debba far scandalizzare.  Sono sicuro che i genitori abbiano esposto Peter a tante gare da spettatore, piccole prove, uscite in pista, per avvicinare Peter alle moto ed a quella che si era trasformata in una sua passione….ahime’ fatale.

Uno dei ruoli dei genitori, a mio avviso, e’ anche quello di accendere delle passioni, di stuzzicare la fantasia, di invogliare i propri figli a fare una passo appena aldila’ della loro “comfort zone”. Questo fa parte della crescita e dello sviluppo di un bambino. Ci sono sempre rischi in agguato, ma non e’ chiudendosi in una camera ovattata che si prevenga l’imprevedibile. L’imprevedibile e’ imprevedibile (massima alla Catalano!), ma solo la nostra esperienza, maturata sin da tenera eta’, ci fa reagire e sopravvivere alle situazioni piu’ imprevedibili!

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