febbraio 2011


L’altro giorno, in un tentativo di fare un po d’ordine in casa, ho trovato in un cassetto una serie di libricini sulla religione Sikh che ci avevano dato in una nostra visita al Golden Temple ad Amritsar. Mi sono messso a sfoglliarli, dato che era un po’ che non gli davo un’occhiata, e sono rimasto colpito dal “Code of Sikh Conduct & Conventions”.  E’ un libricino di 40 pagine a malapena, traduzione in Inglese del Sikh Reht Maryada, redatta dal Shiromani Gurduwara Pradhandhak Committee (phew!!) nel 1936 e rivisitata nel 1945. Praticamente e’ una piccola guida sui canoni principali dell’essere Sikh.

 Ora vi chiederete, ma perche’ mai ti sei messo a legger sta roba e cosa ci hai trovato di cosi interessante?!?! Beh, mi sono messo a sfogliare il libricino per curiosita’ intellettuale (parola forse forte per me 😉 ) e per necessita’ pratica (cestino o conservo?).

Per chi non sapesse proprio niente del Sikhism, e premetto non sono un esperto quindi cerco di fare il mio meglio a sintetizzare me ne vogliano i Sikh, e’ una religione relativamente recente i cui seguaci uomini si riconoscono facilmente perche’ coprono il capo con un turbante.

Il Sikhism nasce con Guru Nanak Dev nel 1469 e dopo circa 240 anni ed una successione di 10 Guru, l’ultimo Guru (Gobindh Singh) lo formalizza compilando una summa di tutti gli insegnamenti dei Guru precedenti nello Shri Guru Granth Sahib, il libro sacro dei Sikh.

I Sikh hanno 4 principi guida: un solo Dio creatore, eguaglianza di tutti gli esseri umani, la vita umana e’ piu’ preziosa di qualsiasi altra manifestazione, difesa contro le ingiustizie (verita’ e giustizia).

Per chi e’ battezzato nella Khalsa, 5 Kakkars da seguire: indossare un braccialetto rigido (molto semplice come disegno), non tagliare nessun pelo (capelli, barba, peli), portare un pettinino di legno, indossare delle specie di sopra mutande (come degli shorts), portarsi dietro un pugnaletto. Ora non ho mai ben capito delle 5 K cosa debbano rispettare le donne (devo chiedere alle mie colleghe, ma date alcune delle K bisogna aver tatto!!!)

Il libricino funge da guida sui dos and don’ts per il buon Sikh, dividendo la vita di un Sikh in due aspetti: individuale o personale, e corporate o Panthic.

La cosa interessante per me e’ stata notare come in molti punti la guida cerchi esplicitamente di differenziarsi dalle altre religioni esplicitamente sancendo come “non proper” i costumi del Hinduismo, Islam o Cristianesimo. Dall’altro mi e’ sembrato di esser basato molto su principi di eguaglianza. Cito degli articoli che mi hanno in particolare colpito.

A nessuna persona a prescindere dal paese d’origine, religione o casta, puo’ essere impedito l’ingreeso alla Gurduwara (la loro chiesa/tempio)

Nella congregazione non ci sono differenze  o discriminazioni tra Sikh e non Sikh, perone considerate toccabili o intoccabili (casta piu’ bassa del Hinduismo)

Per le donne Sikh, unirsi alla congregazione con veli che coprano vistosamente il capo o la faccia e’ contrario al volere del Guru.

La persona nella congregazione che distribuisce il Karhah Prasad (una sorta di semolina consacrata) deve far cio’ senza discriminazione in base alla sua posizione ed antipatie, ed a chiunque lo chieda.

Tra i vari predicamenti del Guru, c’e’ quello di non credere a profeti Mussulmani, santita’ Bramine, chiarovegenti, oracoli, o a testi come il Corano, la Bibbia, i Veda etc. Pero’ lo studio di questi libri per educazione personale e’ ammessa.

Un Sikh non deve uccidere sua figlia ne mantenere relazioni con qualcuno che abbia ucciso la propria figlia!

Il matrimonio tra bambini e’ taboo per i Sikh.

Consultare l’oroscopo per stabilire il giorno delle nozze e’ sacrilegio.

Mel celebrare le nozze adornarsi con ornamenti la faccia o i capelli, adorare gli antenati, bagnare i piedi in latte misto ad acqua, celebrare con danze di prostitute o bere alcol e’ sacrilegio.

Nessun Sikh deve accettare uno sposo o sposa per il figlio/a in cambio di compenso monetario.

Se una donna rimane vedova si puo risposare se lo desidera (altrettanto puo‘ fare l’uomo).

Una persona per essere battezzata non deve essere troppo giovane e deve avere un certo grado di discrezione (discernimento).

Trasgressioni non commesse intenzionalmente e senza saperlo (disonorare la peluria, mangiare carte uccisa alla Mussulmana, coabitare con una persona non propria sposa/o, usare tabacco) non sono soggette a punizione.

La vita di un Sikh e’ uno sforzo benevolo. Il piu’ utile dei servigi e’ quello che assicura il bene massimo con lo sforzo minimo. Cio’ puo’ essere raggiunto con azione organizzate collettive.

Il servizio volontario e’ parte prominente della religione Sikh, come spazzare i pavimenti delle gurdwara, servire acqua o cibo, spolverare le scarpe dei visitatori.

Tutti quelli citati sopra sono mie traduzioni (spero fedeli) a quanto nel libricino di cui sopra. Ora capite perche’ mi aveva incuriosito la lettura? La cosa, soprattuto per chi ha esperienza diretta con i Sikh, ha destato ancora piu’ sopresa in me quando penso ad alcune delle caratteristiche inconfondibili dei Sardarji (cosi vengono chiamati colloquialmente) di Delhi. Di solito si distinguono per essere un po come i cafoni napoletani dei quartieri!

Sono buoni commercianti ma non sempre affidabili. Amano ostentare la loro ricchezza. Adornano sempre le loro macchine con lucine neon lampeggianti (tipo albero di natale a festa). Generalmente hanno clacson multi tono, con musichette orribili. Fanno un gran casino quando sono in situazioni sociali, ed inevitabilmente e spontaneamente si lanciano in balli bollywoodeschi. Se c’e’ una telecamera nel raggio di 100 metri siete sicuri che faranno di tutto per farsi riprendere. Sono spesso noncuranti del prossimo e credono di essere dei piccoli Maharaja.

Io ho vari amici e colleghi/e Sikh  e vi garantisco che non tutti sono come lo stereotipo che ho descritto sopra. Ma anche loro ammettono che le caratteristiche di cui sopra non sono lontane dalla realta’. E’ pero’ anche vero che questi sono i Saradarji di Delhi, non quelli del Punjab (stato Indiano con maggior concentrazione di Sikh). I Sardarji di Delhi sono spesso gente che si e’ dovuta ricostruire una vita dopo l’esodo di massa dal (ora) Pakistan post indipendenza. Gente che ha dovuto combattere per re-inserirsi socialmente ed economicamente, e che ora qualche generazione dopo, sfoggia il loro status sociale.

La cosa sorprendente e’ che, sempre nel libricino, i 5 vizi che il Sikh deve vincere sono: lussuria, ira, avidita’, attacacmento, ego. Allo stesso tempo i 5 tesori da scoprire sono: compassione, verita’, appagamento, umilta’ ed amore.

Interessante sociologicamente vero? Ovviamente non voglio generalizzare, e cosi’ come ho visto il tamarro con la sua Maruti Suzuki addobbata a festa con lo stereo a palla e l’orologio d’oro al polso, o anche visto il sardarji vestito in maniera compita prendermi le scarpe di mano nella visita al Golden Temple, o quello che mi ha portato quasi per mano fino alla strada che non riuscivo a trovare, o il mio meccanico che mi aggisuta la moto a credito.

Povera Shanta ji di questi tempi non gliene va bene una. Vi avevo parlato di Shanta ji nel post precedente e delle sue difficolta’ a trovare sposo per sua figlia. Bene, domenica scorsa, sempre per tenermi aggiornato delle vicissitudini della sua famiglia (!), prima del massaggio mi ha raccontato che venerdi il marito di sua figlia (un’altra) ha avuto un incidente stradale. Uanema, Shanta-ji che e’ stato? Il genero, stava tornando a casa dal lavoro con la sua motoretta; era fermo ad un semaforo, quando una macchina l’ha preso in pieno da dietro scaraventandolo per aria. Si e’ fratturato il bacino da qualche parte, il mio Hindi non mi ha fatto capire meglio, ed ha subito un operazione di emergenza che gli e’ costata 45,000 Rupie. Ovviamente il guidatore della macchina e’ scappato senza dar conto a nessuno.

La cosa per quanto tragica e scioccante e’ prassi comune in India…o quantomeno a Delhi. Negli ultimi 2 mesi questa e’ la 3 persona di cui vengo a conoscenza, che e’ vittima di una hit and run. Un altro era sulla moto ed un amico sulla bicicletta. Tutti e due se la sono cavata miracolosamente con ammaccature (al corpo) varie, qualche ossa rotta, mezzi distrutti…ma almeno non ci hanno rimesso la pelle. In tutti i casi i conducenti delle macchine/camioncini coinvolti nell’incidente sono scappati.

Non so cosa dicano le statistiche precisamente su casi di “hit and run”, ma sono frequentissimi a Delhi, ed in India muoiono piu di 100,000 persone all’anno per incidenti stradali. Fino al mese scorso si leggeva quotidianamente a Delhi degli infimi Blueline buses, che arrotavano qualcuno ed il conducente si dava per campi, a meno che la folla non riuscisse a bloccarlo. Tutte le licenze ai Blueline bus (che fungevano come una sorta di servizio bus in parallelo a quelli pubblici) sono state revocate, dato che la Delhi Transport Corporation ha ora sufficienti mezzi per fornire il servizio.

Molti veicoli in circolazione a Delhi (ed in India), soprattutto moto, non hanno l’assicurazione. Ad ogni modo per dare un’idea del valore che si da ad una vita in India, l’assicurazione della nostra macchina paga per decesso terzi 150,000 rupie (grosso modo 3,000 euro) ed il Governo Indiano paga 100,000 rupie per decessi su strada a causa di anonimi (quando ci scappa il morto e l’omicida se la da’ a gambe).

L’atto, totalmente ingiustificabile, dello scappare dal luogo dell’incidente, ritengo sia in parte una questione economica, in parte una questione di mancanza di rispetto del prossimo ed incivilta’. Una questione economica, in quanto se uno tira sotto un malcapitato e gli deve pagare l’ospitalizzazione manda in bancarotta, con buona probabilita’ se stesso e la sua famiglia. Mancanza di rispetto, in quanto l’essere umano non viene considerato tale. E’ probabile che lo scappare sia in parte dettato dal panico che un incidente possa generare, in parte pero’ da una sorta di mors tua vita mea, in cui chi esce incolume dallo scontro (anche se lui stesso a causarlo), si appiglia ad una sorta di legge del piu’ forte (o piu’ culoso) e con noncuranza e sprezzo della vita umana se ne vada per la sua strada.

Lo scarso valore della vita umana e’ presente in molte manifestazioni qui in India. Centinaia, a votle migliaia di persone muiono in incidenti, sommosse, crolli, calpestaggi, fenomeni naturali. Ma la gente non mi sembra dare piu’ di tanto peso all’accaduto. Sara’ che l’India e’ un paese molto popoloso, ed un migliaio in piu’ o meno non viene accusato piu’ di tanto (a parte sicuramente i poveri cari rimasti a piangere la scomparsa). Sara’ che la morte viene vista come parte del proprio ciclo di vita e quindi non conisderato un evento cosi tragico come da noi (anche se confesso non sia convinto di questo atteggiamento mistico filosofico indiano nell’uomo comune). Sara’ che la gente mostra il loro individualismo piu’ sfrenato e tutto cio che’ non intacca il proprio benessere materiale non conta, quindi la morte di uno sconosciuto….chissenefrega!

Ad ogni modo, fin troppe persone finiscono per subire danni fisici (fino alla morte) in incidenti stradali qui in India, ed ancor piu’ non si prendono le proprie responsabilita’ per un motivo od un altro e scappano. La situazione e’ ancor piu’ complessa se inseriamo il fattore polizia corrotta, folle assatanate di giustizie private, ignoranza diffusa, etc. etc.

La nostra brava Shanta-ji che ci sistema la schiena (quasi) ogni domenica con i suoi massaggi, mi ha chiesto qualche settimana fa se potevamo spostare il massaggio dalla domenica ad un altro giorno per un paio di settimane perche’ aveva visite a casa. Beh, visite, diciamo aveva due famiglie interessate alla figlia per un matrimonio che venivano a trovarli. No issue, come si dice qui. Dopo un paio di domeniche, le chiedo “Shanta ji, kya hua? Shadi hoyga?” (allora come e’ andata, si fa sto matrimonio?). “Sir complicated hai”. Dato che la cosa mi interessava, per capire meglio cosa succede in quest’incontri per stabilire il destino di due giovani, le do corda e mi racconta il tutto. Premetto il massaggio l’aveva interrotto, altrimenti tra rabbia e disperazione mi avrebbe scassato qualcosa.

Piccola premessa per farvi un quadro della situazione. Shanta-ji e’ una persona (per quanto mi riguarda) onesta, di fiducia, che smazza tanto per sbarcare il lunario, ed e’ molto decorosa nel suo piccolo. Ha un marito con lavoro saltuario, 3 figlie femmine (di cui 2 gia sposate) ed uno maschio, anche lui con posizione lavorativa precaria. Questa e’ la condizione di moltissime persone in India, anzi forse lei sta meglio di altri in quanto ha una, diciamo, “professione” maturata dopo tanti anni di massaggi e con referenze che hanno fatto il giro di varie famiglie di Delhi (expat e non).

Allora, Shanta-ji cosa e’ successo con i visitatori? (conversazione mezza in Hindi mezza in inglese…quindi sicuro qualcosa non ho capito proprio bene, o comunque ci sono delle semplificazioni!!!!). “La prima famiglia, molto a modo, tutto e’ piaciuto, solo che sa il ragazzo era alto 180 cm e mia figlia e’ alta quanto me (sara’ 155 cm), quindi sa, per l’altezza erano un po restii, ed io lo posso capire. No issue tutto ok.”

“Chalo e la seconda famiglia? Quella tutto andava bene?”. “Seconda famiglia tutto andava bene, anche l’altezza e tutto”. “Beh meno male” faccio io pensando si potesse passare al massaggio!

“Pero’, hanno cominciato a chiedere una Maruti Suzuki nuova (macchina), 10 gr di oro in gioielli per madre, cognate, sorelle, insomma il tutto doveva ammontare a circa 10 lakhs”. Minchia, penso io. 10 lakhs (1 lakhs 100,000 rupie) sono circa 16,000 euri!!! Alla faccia mia. “Shanta-ji, glielo hai detto di andare fuori dai maroni subito?!?!”. Ebbene si, Shanta-ji non ha accettato. Gia’ piazzare la prima figlia le era costata 4 lakhs e poco piu’ la seconda. Soldi presi in prestito da familiari, amici e dalla banca. Non ha ritenuto che per la terza figlia si dovessero spendere 10 lakhs (tra ll’altro la figlia studia, non so cosa, quindi a suo avviso e’ un buon partito).

La questione della dote nel matrimonio combinato in India e’ risaputa. Non che mi abbia scioccato piu’ di tanto. Pero’ mi ha colpito molto il trattare il matrimonio come un puro atto commerciale. Una sorta di mercato, io metto il figlio, tu mi compri la macchina e gioielli, poi mio figlio si piange tua figlia, la tua famiglia e le loro lamentele o rotture per il resto della vita….forse! No. La cosa cosi non mi piace proprio. Anzi mi fa abbastanza schifo.

Parlando pero’ con Sahnta-ji, mi sono reso conto che questa insulsa tradizione e’ molto difficile da interrompere soprattutto in un paese come l’India dove c’e’ molto egoismo ed arrivismo, dove migliorare la propria posizione sociale significa sfoggiare soldi, dove ogni opprotunita’ per arricchirsi va colta al volo. Sono questi in parte segnali, a mio avviso, di un paese ancora profondamente in via di sviluppo, con problemi sociali acuti e dettati da una crescita economica ancora non ben distribuita, e che sicuramente non ha penetrato le masse.

Per Shanta-ji la faccenda e’ complicata. Vuole trovare marito per la figlia per assicurarle un futuro piu’ roseo del suo e renderla felice. Vorrebbe molto che la cosa non le costasse un altro prestito bancario, ma sa che tuttoggi il matrimonio in India e’ un affare commerciale, e solo pagando puo’ sistemare la figlia. Bisogna trovare chi sia meno assetato di soldi.

Il giorno seguente in ufficio, con discrezione chiedo alla mia collega Divya (27 anni) appena sposata e Abhijit (28 anni) sposo tra 2 mesi, come e’ andata a loro, dato che so il loro matrimonio era combinato. Gli spiego anche del perche’ della mia domanda. Loro sono inorriditi e schifati quanto me della storia di Shanta-ji. Lo trovano offensivo, e nel loro caso non c’e’ stato nessun pagamento. Non avrebbero permesso una cosa del genere ne la condividono. Pero’ mi hanno confermato che la prassi non e’ inusuale anche tra le famiglie piu’ benestanti e teroricamente colte. Anzi piu’ “educated” e’ il figlio piu’ la posta viene alzata senza pudore. Mi hanno pero’ detto che la prassi non e’ cosi diffusa in altri stati (come il Maharshtra), ma non sanno bene perche’. Io azzardo che dove il reddito pro capita e’ piu’ alto, forse c’e’ meno necessita’ di farsi i gioielli e la macchina nuova sposando il figlio. Divya e Abhijit sono due urban planners, giovani, svegli, moderni ma allo stesso tempo indiani. Li definirei uno stereotipo della nuova India che cercano di aver giudizio e rispetto nei loro rapporti con il prossimo, ma che purtroppo rappresentano ancora una netta minoranza.

Vedete come e’ buffo. In Italia si spendono centinaia di migliaia di Euro per comprarsi donne per una serata (pare!). In India per comprarsi un marito per la vita!!