L’altro giorno, in un tentativo di fare un po d’ordine in casa, ho trovato in un cassetto una serie di libricini sulla religione Sikh che ci avevano dato in una nostra visita al Golden Temple ad Amritsar. Mi sono messso a sfoglliarli, dato che era un po’ che non gli davo un’occhiata, e sono rimasto colpito dal “Code of Sikh Conduct & Conventions”.  E’ un libricino di 40 pagine a malapena, traduzione in Inglese del Sikh Reht Maryada, redatta dal Shiromani Gurduwara Pradhandhak Committee (phew!!) nel 1936 e rivisitata nel 1945. Praticamente e’ una piccola guida sui canoni principali dell’essere Sikh.

 Ora vi chiederete, ma perche’ mai ti sei messo a legger sta roba e cosa ci hai trovato di cosi interessante?!?! Beh, mi sono messo a sfogliare il libricino per curiosita’ intellettuale (parola forse forte per me 😉 ) e per necessita’ pratica (cestino o conservo?).

Per chi non sapesse proprio niente del Sikhism, e premetto non sono un esperto quindi cerco di fare il mio meglio a sintetizzare me ne vogliano i Sikh, e’ una religione relativamente recente i cui seguaci uomini si riconoscono facilmente perche’ coprono il capo con un turbante.

Il Sikhism nasce con Guru Nanak Dev nel 1469 e dopo circa 240 anni ed una successione di 10 Guru, l’ultimo Guru (Gobindh Singh) lo formalizza compilando una summa di tutti gli insegnamenti dei Guru precedenti nello Shri Guru Granth Sahib, il libro sacro dei Sikh.

I Sikh hanno 4 principi guida: un solo Dio creatore, eguaglianza di tutti gli esseri umani, la vita umana e’ piu’ preziosa di qualsiasi altra manifestazione, difesa contro le ingiustizie (verita’ e giustizia).

Per chi e’ battezzato nella Khalsa, 5 Kakkars da seguire: indossare un braccialetto rigido (molto semplice come disegno), non tagliare nessun pelo (capelli, barba, peli), portare un pettinino di legno, indossare delle specie di sopra mutande (come degli shorts), portarsi dietro un pugnaletto. Ora non ho mai ben capito delle 5 K cosa debbano rispettare le donne (devo chiedere alle mie colleghe, ma date alcune delle K bisogna aver tatto!!!)

Il libricino funge da guida sui dos and don’ts per il buon Sikh, dividendo la vita di un Sikh in due aspetti: individuale o personale, e corporate o Panthic.

La cosa interessante per me e’ stata notare come in molti punti la guida cerchi esplicitamente di differenziarsi dalle altre religioni esplicitamente sancendo come “non proper” i costumi del Hinduismo, Islam o Cristianesimo. Dall’altro mi e’ sembrato di esser basato molto su principi di eguaglianza. Cito degli articoli che mi hanno in particolare colpito.

A nessuna persona a prescindere dal paese d’origine, religione o casta, puo’ essere impedito l’ingreeso alla Gurduwara (la loro chiesa/tempio)

Nella congregazione non ci sono differenze  o discriminazioni tra Sikh e non Sikh, perone considerate toccabili o intoccabili (casta piu’ bassa del Hinduismo)

Per le donne Sikh, unirsi alla congregazione con veli che coprano vistosamente il capo o la faccia e’ contrario al volere del Guru.

La persona nella congregazione che distribuisce il Karhah Prasad (una sorta di semolina consacrata) deve far cio’ senza discriminazione in base alla sua posizione ed antipatie, ed a chiunque lo chieda.

Tra i vari predicamenti del Guru, c’e’ quello di non credere a profeti Mussulmani, santita’ Bramine, chiarovegenti, oracoli, o a testi come il Corano, la Bibbia, i Veda etc. Pero’ lo studio di questi libri per educazione personale e’ ammessa.

Un Sikh non deve uccidere sua figlia ne mantenere relazioni con qualcuno che abbia ucciso la propria figlia!

Il matrimonio tra bambini e’ taboo per i Sikh.

Consultare l’oroscopo per stabilire il giorno delle nozze e’ sacrilegio.

Mel celebrare le nozze adornarsi con ornamenti la faccia o i capelli, adorare gli antenati, bagnare i piedi in latte misto ad acqua, celebrare con danze di prostitute o bere alcol e’ sacrilegio.

Nessun Sikh deve accettare uno sposo o sposa per il figlio/a in cambio di compenso monetario.

Se una donna rimane vedova si puo risposare se lo desidera (altrettanto puo‘ fare l’uomo).

Una persona per essere battezzata non deve essere troppo giovane e deve avere un certo grado di discrezione (discernimento).

Trasgressioni non commesse intenzionalmente e senza saperlo (disonorare la peluria, mangiare carte uccisa alla Mussulmana, coabitare con una persona non propria sposa/o, usare tabacco) non sono soggette a punizione.

La vita di un Sikh e’ uno sforzo benevolo. Il piu’ utile dei servigi e’ quello che assicura il bene massimo con lo sforzo minimo. Cio’ puo’ essere raggiunto con azione organizzate collettive.

Il servizio volontario e’ parte prominente della religione Sikh, come spazzare i pavimenti delle gurdwara, servire acqua o cibo, spolverare le scarpe dei visitatori.

Tutti quelli citati sopra sono mie traduzioni (spero fedeli) a quanto nel libricino di cui sopra. Ora capite perche’ mi aveva incuriosito la lettura? La cosa, soprattuto per chi ha esperienza diretta con i Sikh, ha destato ancora piu’ sopresa in me quando penso ad alcune delle caratteristiche inconfondibili dei Sardarji (cosi vengono chiamati colloquialmente) di Delhi. Di solito si distinguono per essere un po come i cafoni napoletani dei quartieri!

Sono buoni commercianti ma non sempre affidabili. Amano ostentare la loro ricchezza. Adornano sempre le loro macchine con lucine neon lampeggianti (tipo albero di natale a festa). Generalmente hanno clacson multi tono, con musichette orribili. Fanno un gran casino quando sono in situazioni sociali, ed inevitabilmente e spontaneamente si lanciano in balli bollywoodeschi. Se c’e’ una telecamera nel raggio di 100 metri siete sicuri che faranno di tutto per farsi riprendere. Sono spesso noncuranti del prossimo e credono di essere dei piccoli Maharaja.

Io ho vari amici e colleghi/e Sikh  e vi garantisco che non tutti sono come lo stereotipo che ho descritto sopra. Ma anche loro ammettono che le caratteristiche di cui sopra non sono lontane dalla realta’. E’ pero’ anche vero che questi sono i Saradarji di Delhi, non quelli del Punjab (stato Indiano con maggior concentrazione di Sikh). I Sardarji di Delhi sono spesso gente che si e’ dovuta ricostruire una vita dopo l’esodo di massa dal (ora) Pakistan post indipendenza. Gente che ha dovuto combattere per re-inserirsi socialmente ed economicamente, e che ora qualche generazione dopo, sfoggia il loro status sociale.

La cosa sorprendente e’ che, sempre nel libricino, i 5 vizi che il Sikh deve vincere sono: lussuria, ira, avidita’, attacacmento, ego. Allo stesso tempo i 5 tesori da scoprire sono: compassione, verita’, appagamento, umilta’ ed amore.

Interessante sociologicamente vero? Ovviamente non voglio generalizzare, e cosi’ come ho visto il tamarro con la sua Maruti Suzuki addobbata a festa con lo stereo a palla e l’orologio d’oro al polso, o anche visto il sardarji vestito in maniera compita prendermi le scarpe di mano nella visita al Golden Temple, o quello che mi ha portato quasi per mano fino alla strada che non riuscivo a trovare, o il mio meccanico che mi aggisuta la moto a credito.

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