Il mio post precedente sulla scuola mi ha fatto pensare un po al sistema delle donazioni qui in America. C’e’ chi, come mia madre, ha un valore alto (e tecnicamente corretto) del termine donazione, e quindi non comprende assolutamente il sistema americano. C’e’ chi invece, pensa che le “donazioni” all’americana sono una rogna, quindi meglio farsi dare il conto in pieno direttamente e mettersi l’anima in pace.

Voglio fare una parentesi, io non sono ne pro America ne pro americanismi, pero’ come credo di aver mostrato nella mia esperienza indiana, sono di ampie vedute. Osservo, valuto in base ai miei canoni, ed esterno la mia opinione personale. I sistemi sociali, economici e culturali al mondo sono diversi, tutti con dei pregi e dei difetti.

Premesso cio’, perche’ sta storia delle donazioni mi interessa cosi tanto. Bene, perche’ qui in US (almeno a San Francisco), dove ti giri ti giri le donazioni sono onnipresenti e sostengono tante attivita’, soprattutto di tipo artistico e culturale ma non solo.

Vai al teatro, c’e’ una parete piena di nomi di “donors” organizzati in categorie diverse a seconda di quanto hanno sganciato; vai all’opera, il programma ha un paio di pagine dedicate ai donors; vai allo stadio, ci sono le panchine donate da Joe Blog (versione inglese di Tizio, Caio e Sempronio!); ascolti la radio per le notizie, fanno per un mese campagna “donations” e parlano tanto di news quanto richiedono donazioni; vai a camminare nel bosco, ci trovi la panca di legno “in memory of…..” donata da ….

Insomma le donazioni portano avanti intere attivita’ di intrattenimento, informazione, cultura e ben altro. Ovviamente non ho neanche parlato delle donazioni politiche. Almeno 3 volte negli ultimi 6 mesi Obama e’ venuto a San Francisco per raccogliere fondi per la sua campagna elettorale. 38,000 dollari ti compravano un posto a tavola ….beh forse non proprio lo stesso tavolo ma sicuro avevi la possibilita’ di parlargli.

Un piccolo chiarimento fiscale. Da quello che ho capito fin’ora, donazioni a organizzazioni non profit sono detraibili dalle tasse (incluse scuole, ospedali non for profit, teatri, etc…basta che siano registrate come charities); quelle per fini politici, a sindacati, associazioni professionali o di commercio, o ad individui non sono detraibili. Il sistema sembra  logico, a mio avviso. Tutto cio’ che puo’ rientrare in una sfera filantropica e’ detraibile, tutto cio’ che puo’ essere strumento per influenzare leggi e regolamenti, o far soldi, no.

Il sistema, da un punto di vista, riflette il concetto di economia di mercato che gli americani tanto promuovono. Volete sentirvi l’orchestra sinfonica? Bene, trovatevi i soldi per mettere in piedi teatrino e burattini! Lo stato di solito aiuta, ma non tantissimo e non sempre. Se c’e domanda di mercato per la musica sinfonica, e voi dirigenti dell’organizzazione siete capaci ad offrire un prodotto di valore, la gente paga per il vostro servizio. Ora, si puo’ obbiettivamente non accettare un discorso del genere? Per me c’e’ della logica, e della logica buona. Se come direttore del teatro non ho sempre chi mi para il culo, devo essere uno/a capace di gestire (da solo o con l’aiuto di persone altrettanto capaci) sia la parte artistica, che quella finanziaria, quella del personale e commerciale. Insomma devo essere un vero manager. Certo non metto in dubbio che se uno ha finanziamenti assicurati (dallo stato per esempio), puo’ concentrarsi piu’ sulla parte artistica, e magari proporre cose nuove, alternative, che presentano un rischio di successo maggiore. Vero, pero’ non e’ lo stesso per chi produce film, o musica, o i cellulari? Ossia, se propongo un prodotto nuovo prendo rischi, se pero’ la mia organizzazione e’ seria, gestita da gente capace e che non ha il posto a vita, il rischio e’ calcolato; dei prodotti saranno dei flop, altri di gran successo. Il manager che li promuove viene bastonato per gli insuccessi, premiato per i successi.

Non voglio svilire la cultura ad un’operazione marketing, lungi da me. Voglio solo far presente che spesso, la pressione di dover autosostenersi, responsabilizza le persone e, si spera, fa in modo che i capaci vadano avanti ed i cialtroni NO.

Quindi, da un lato della medaglia, abbiamo attivita’ che competono per finanziamenti, le famose donazioni. Serve networking, serve capacita’ di vendere, serve anche che quello che si vende non sia una cagata totale. Servono direttori, presidi, dirigenti radiofonici che siano veri manager responsabilizzati, remunerati e riconosciuti per quello che fanno.

L’altro lato della medaglia sono i “donors”. Chi sono costoro? Gente che ha qualche spicciolo in tasca in piu’ sicuramente, ma non sempre e solo bisogna donare milioni. Gente che ha passione ed e’ interessata a promuovere certe attivita’. Gente che puo’ facilmente riscontrare dove e come siano stati spesi i propri soldi. Gente che vuole acquisire status, insomma si vogliono atteggiare con il nome sulla panca.

Se io dicessi ad uno di voi amante di musica italiana, fate una donazione a Kiss Kiss Italia? Mi direste ma stai fuori! (scusatemi se l’esempio non rende bene ma non ascolto molta radio italiana a parte la Rai 2). Qui pero’ gente dona per tenere in vita KQED. Una radio di San Francisco, che diffonde notizie usando un network di corrispondenti. Hanno una buona programmazione, buona copertura, buoni giornalisti. Si puo’ donare da 50-150$ per basic membership a 10,000+ per essere nel Producer’s Circle. Preciso, la radio ha anche pubblicita’ (generalmente altre organizzazioni non prodotti) ed e’ gratis sulle onde FM.

Grossa generalizzazione ora….ci vuole sempre (!), in Italia, la mia impressione, e’ che la gente non si fidi del prossimo. Le donazioni alle charities in Inghilterra sono enormi (nel 2007 sui 11 miliardi di pounds), in America nel 2010 eran 290 Miliardi di dollari! Mi sapete dire qual’e’ il numero in italia? Ricerca (ammetto approssimativa) mia non mi ha dato un numero! Sarei super contento (e sorpreso) se fosse della stessa magnitudine dell’UK (dato che popolazione e’ simile). La mia impressione e’ che in generale in Italia ci aiutiamo in modo diverso, ma se chiedete di dare soldi ad uno sconosciuto perche’ mandi avanti un teatro…mmmm non ci cavate 2 euro. Che fara’ questo/a con i miei soldi? Si comprera’ la macchina nuova a spese mie? Etc. etc……. sono probabilmente totalmente fuori strada! ditemelo, correggetemi, fatemi cambiare opinione…sono di ampie vedute.

Le donazioni alle scuole, per tornare al mio post precedente, entrano nella logica di quanto sopra. OK, c’e’ un aspetto fiscale. Quindi si abusa talvolta del termine donations. O se visto in altro modo, si facilita’ il contributo rendendolo fiscalmente ottimizzato 😉

Pero’ la scuola privata compete con altre scuole simili e con quelle pubbliche. La scuola costa, se si vuole avere un buon corpo docente, buone risorse, buone infrastrutture, buoni “manager” (il preside) che gestiscano la baracca. Se una scuola privata qui vuole sopravvivere, deve garantire un livello di docenza ed un accesso a risorse superiore alle altre concorrenti (publiche o private). Il prodotto che si offre deve essere di valore. Se e’ di valore la gente dona alla scuola perche’ continuino la loro missione. Qui e’ il misson statement della scuola di mio figlio (clicca qui). Mi date un esempio di mission statement di scuole italiane?

Ok, la storia delle donations e auctions alla scuola qui, mi ha inizialmente infastidito ed e’ una rogna. Pero’ come si dice “there’s logic in this madness”!

Vivere in America e’ caro, e senza grana e’ dura. L’educazione e’ solo uno dei tanti esempi. Si promuove uno stile di vita dove il denaro e’ fin troppo importante, ma si promuove anche la capacita’ e l’imprenditorialita’ della gente. E’ un sistema perfetto? Assolutamente no, ed anzi sono solo all’inizio nella mia fase di scoperta ed apprendimento. Pero’ ci sono degli approcci che hanno logica. Ripeto non sono perfetti, no sono talvolta equi, non sono talvolta auspicabili……… ma altre volte si, sono tutto cio’.

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